Bibl.: «Affari Esteri», Rivista Trimestrale, patrocinata dal Ministero degli Affari Esteri e promossa dall'Associazione Italiana per gli Studi di Politica Estera (AISPE), Roma, XXIX (Gennaio 1997), N. 113 (Inverno), pp. 183-190
Giovanni Armillotta
LA POLITICA ESTERA DELL’ALBANIA NEGLI SCORSI DIECI ANNI

Ramiz Alia: la svolta, 1986-1992

Notoriamente i capi di partito, Stato e governo dei Paesi del Patto di Varsavia, non brillavano per originalità propria: le decisioni di Mosca risultavano determinanti e non v’era bisogno di qualche particolare iniziativa; la loro (ad eccezione di Nicolae Ceausescu) era soltanto una funzione coreografico-istituzionale da esaurire in sede ONU oppure nelle parate commemorative.
Enver Hoxha (1) e Ramiz Alia (2), erano esattamente agli antipodi, in una linea immaginaria che - senza soluzione di continuità - li congiunge ai grandi statisti albanesi, artefici dal XVI secolo delle potenze levantine (3).
Mentre Hoxha sviluppò una linea di opposizione ai blocchi con accentuato rigore e calcolata flessibilità - atteggiamento che, col tempo, attribuì all’Albania notevole valenza politico-diplomatica (4) in una situazione di difficoltà strategica ed economica -, Alia mediò l’eredità della reale autonomia quarantennale (5) attraverso un cauto avvicinamento all’Ovest.
Il pragmatismo del presidente non si lasciò sfuggire la tribuna del IX Congresso del Partito del Lavoro. Egli dichiarò (3 novembre 1986): «Il rispetto dell’ordinamento sociale interno e dello statuto internazionale, liberamente scelti dai vari Stati e dalle varie nazioni, è una questione che non può essere messa in discussione. Per i Paesi aventi sistemi sociali differenti, la coesistenza pacifica è l’unica alternativa. Così come non può essere esportata la rivoluzione, nello stesso modo non può essere esportata la controrivoluzione» (6).
Questa affermazione abbandonava per sempre i timori di condizionamenti socio-politici derivanti da sostanziali aperture ad Occidente. Del resto la posizione di Alia era ancora ben salda, ed il cumulo delle tre cariche di capo di partito, Stato ed esercito, offriva garanzie per un salto di qualità definitivo nelle relazioni internazionali.
Infatti, uno dei primi successi di Alia fu l’abrogazione da parte greca (28 agosto 1987) dello stato di guerra con l’Albania (in vigore dal 1940), che gli esecutivi di Atene si ostinavano a perpetuare anche dopo la ripresa delle relazioni, avvenuta nel 1971. Contemporaneamente si formalizzarono i contatti con Spagna (1986), Canada, Germania Federale e Uruguay (1987).
Mentre la credibilità occidentale stava assumendo contorni più concreti, Ramiz Alia - in occasione del LXXV anniversario dell’indipendenza - aggiunse: «Non esitiamo a cooperare con gli altri Paesi, e non temiamo i loro potere e ricchezza. Anzi, auspichiamo tale cooperazione in quanto la consideriamo un fattore determinante che contribuirà al nostro sviluppo interno» (7).
Sulla scia dei risultati conseguiti, l’Albania prese parte alla riunione dei ministri degli Esteri dei sei Stati balcanici, tenutasi a Belgrado dal 24 al 26 febbraio 1988: il primo incontro fra le diverse realtà politiche ed ideologiche della Penisola, dalle quattro conferenze dei primi anni Trenta (8) (inoltre segnò il rientro del Paese su piano inter-europeo, dopo il summit del COMECON, convocato a Tirana dal 13 al 16 maggio 1956).
La conferenza produsse un miglioramento nelle relazioni con la Jugoslavia sul problema della Kosova (9). In apparenza, Alia si rese conto che il proprio Paese non avesse nulla da guadagnare nella disputa, e nei discorsi cessò di menzionare le istanze kosovare per lo status di repubblica all’interno della Federazione.
Lo conferma la dichiarazione del ministro degli Esteri albanese Reis Malile alla conferenza, come lo status della Kosova fosse un affare interno della Jugoslavia. Ma quando nel febbraio e marzo 1989 Belgrado inviò reparti dell’esercito e della milizia, imponendo speciali misure di sicurezza nella provincia albanofona, si crearono nuovi motivi di tensione fra i due Paesi, che perdurano tuttora.
Determinante la visita del Segretario Generale dell’ONU, Javier Pérez de Cuéllar, a Tirana (11-13 maggio 1990) su invito di Alia. I risultati non si fecero attendere. Il 6 giugno 1990 il governo albanese annunciò che avrebbe chiesto l’adesione alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (10) e firmato l’Atto Finale di Helsinki del 1975; una sua delegazione, con lo status di osservatore, era presente alla Sessione della CSCE sui diritti umani (Copenaghen, 5-29 giugno 1990).
I sei capi delle diplomazie balcaniche si riunirono nuovamente a Tirana, dal 24 al 25 ottobre dello stesso anno - mentre l’Albania divenne membro a tutti gli effetti della CSCE il 19 giugno 1991. Già nel 1990 la diplomazia albanese aveva espresso il proprio biasimo per l’invasione kuwaitiana (11).
Un’altra testimonianza delle capacità diplomatiche del presidente albanese, fu la ripresa dei rapporti con l’URSS (30 luglio 1990), sulla base del riconoscimento da parte sovietica delle responsabilità per la rottura del 1961 (12); ed uno sviluppo nei rapporti con la Cina (visite reciproche del marzo 1989-agosto 1990; nonostante l’Albania fosse l’unico Stato socialista a condannare la strage di Piazza della Pace Celeste, 3-4 giugno 1989 [13]).
Il viaggio di Ramiz Alia a New York per prender parte alla XLV sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU (apertasi il 18 settembre 1990), rappresentò il ritorno di uno statista albanese ad un consesso svoltosi in Occidente (14). Nel discorso, il presidente sottolineò gli sforzi del Paese tesi ad imboccare una politica estera di totale apertura, scevra da ogni sorta di preclusione. L’anno dopo fu la volta di Città del Vaticano, Comunità Europea, Repubblica di Corea (sud), Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti (entrambe le relazioni interrotte nel 1946), a riconoscere a pieno titolo il nuovo corso della politica estera di Tirana.

Sali Berisha: la collocazione ad Occidente, 1992-1995

L’insediamento del giovane presidente, il medico Sali Berisha (nato nel 1945, e capo di Stato dal 3 aprile 1992), fu salutato poco dopo dalla risoluzione di una fra le più spinose questioni giuridico-politiche, rimasta in sospeso dall’immediato dopoguerra: l’incidente di Corfù (15) ed il relativo blocco dell’oro albanese da parte delle autorità britanniche, che lo avevano confiscato ai Tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
L’8 maggio il Foreign and Commonwealth Office comunicò la piena disponibilità dell’esecutivo di Tirana ad onorare il risarcimento stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (giunto a 1.100.000 sterline), previa la restituzione agli Albanesi dei 1.574 chili del prezioso metallo pari ad un valore di 10 milioni di sterline. L’accordo era stato raggiunto nel corso dei colloqui di Roma, già avviati durante la presidenza Alia (16).
Un altro problema era rappresentato dai rapporti con la Grecia, per il contenzioso sulla minoranza ellenica in Albania. Nel 1993 le autorità di Atene espulsero alcune centinaia di immigrati albanesi, in seguito a presunti maltrattamenti subiti dalla minoranza. I rapporti si aggravarono nel corso dell’aprile 1994 per un incidente di frontiera (uccisi due soldati albanesi), a cui seguì il reciproco allontanamento di diplomatici e la minaccia greca di misure drastiche.
Nel frattempo iniziò il processo per alto tradimento nei confronti di alcuni membri del partito grecofono Omonia. Per ritorsione il governo ellenico pose il veto alla concessione di fondi all’Albania da parte della CEE (70 milioni di ECU), ponendo il blocco all’immigrazione.
All’indomani del verdetto che condannò cinque grecofoni dai sei agli otto anni (ma per spionaggio a favore del governo greco e possesso illegale di armi, e non più per tradimento), le due diplomazie richiamarono gli ambasciatori (settembre), e i Greci chiusero il confine di Kakavia. Successivamente a uno dei condannati fu concessa l’amnistia (dicembre), mentre Atene aveva già ritirato il veto per i fondi. Nel febbraio 1995 gli altri quattro furono rilasciati, con la sospensione della sentenza.
All’attitudine conciliatoria nel risolvere l’affare greco, ha fatto da contraltare la fermezza con la quale Berisha ha affrontato gli ulteriori problemi interbalcanici. Dall’insistenza per l’invio di una forza ONU per il mantenimento della pace nella Kosova; all’opposizione per l’entrata della Ex Repubblica Jugoslava della Macedonia nella CSCE, finché non venissero offerte garanzie per la minoranza albanese (pari al 21% della popolazione macedone): ad oggi i contrasti non sono risolti (17). Al contrario le relazioni con Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Romania (l’Albania fu uno dei primi Stati a riconoscere il Fronte di Salvezza Nazionale che abbattè Ceausescu) (18), Slovenia e Turchia si mantengono ottime.
Nel consolidamento degli impegni già assunti da Alia, il presidente Berisha ha compiuto un viaggio nel Continente (maggio 1992), rivolgendo a Strasburgo un discorso al Parlamento Europeo, e incontrandosi a Bruxelles con i ministri finanziari ed economici dei Paesi industrializzati. Nel giugno l’Albania ha stabilito con altri dieci Stati il Black Sea Economic Co-operation Group; e a dicembre è stata accolta nell’Organizzazione della Conferenza Islamica. Al termine di un viaggio in Occidente (Stati Uniti, Italia e Vaticano), il presidente albanese, in visita alla sede NATO di Bruxelles, ha chiesto di entrare nel Patto Atlantico (12 ottobre 1995): il primo Stato ex membro del Patto di Varsavia ad intraprendere tal passo. La diplomazia albanese non è nuova a gesti clamorosi, anche se dall’aprile 1994 Tirana già fa parte del programma di cooperazione militare NATO, Partnership for Peace.
La rapidità con cui Berisha sta ottenendo risultati, è probabilmente il logico effetto della prudenza con cui Alia ha dovuto affrontare un radicale ribaltamento strategico dello scenario orientale.
Contrariamente altri ex Stati socialisti - dove i precedenti leader sono stati rovesciati da sommosse o sostituiti da apparati successori (sia pure con variate etichette) - l’Albania si ritiene sia il solo Paese dell’Est che possa condurre una politica estera mirata a un forte impulso di espansione economica e industriale, al contempo lasciando inalterata la vena nazional-irredentistica. Si potrebbe pensare che l’opzione NATO (19) - in un momento in cui l’area balcanica attraversa profonde contraddizioni - sia un segnale di come pure le minoranze albanesi della zona auspichino una sicura tutela.
Attualmente l’Albania intrattiene relazioni diplomatiche con 144 Stati.

Note

(1) Enver Hoxha (1908-1985), fu il terz’ultimo leader sopravvissuto dalla seconda guerra mondiale (prima della scomparsa di Hirohito nel 1989 e Kim Il Sung nel ’95). Direttore del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Albania (dal 22 novembre 1948, Partito del Lavoro; dal 12 giugno 1991, Partito Socialista): 1941-43; segretario generale: 1943-54; primo segretario: 1954-85. Presidente del Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale (governo provvisorio riconosciuto nel 1945 da Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, URSS, Jugoslavia, Bulgaria e Ungheria): 24.V.1944-11.I.1946; presidente del Consiglio dei Ministri: 1946-54. Comandante in capo dell’Esercito di Liberazione Nazionale: 1943-54 (col grado di generale di Corpo d’Armata), 1976-85. Hoxha - come afferma il candidato al Nobel, Ismail Kadare («L’Espresso», N. 7/1991, p. 91) - era il solo capo comunista dell’Est ad essere dotato di una raffinatissima cultura occidentale.
Dopo aver studiato a Parigi e Bruxelles, ritornò in patria dove fondò il PCA (1941), e successivamente resse l’Albania con metodi intransigenti. Le sue opere lo collocano nella schiera dei massimi ideologi e rivoluzionarî marxisti. È stato l’unico leader ad opporsi contro ogni forma di imperialismo.
Nonostante i contrasti sulla linea politica (in corso già dall’aprile 1962), il presidente Mao Zedong inviò il seguente telegramma d’augurî in occasione del sessantesimo compleanno di Hoxha: «Voi siete il fondatore del glorioso Partito del Lavoro d’Albania, l’eminente guida del fiero popolo albanese. Il Vostro illustre esempio ha dimostrato che siete realmente degno di essere chiamato un grande, eroico combattente marxista-leninista» («Zëri i Popullit», 16 ottobre 1968).Torna
(2) Nato nel 1925. Presidente del Praesidium dell’Assemblea Popolare (carica che comportava anche le funzioni di capo dello Stato): 1982-1991(-1992); primo segretario del PLA: 1985-1991. Gli altri capi di Stato: Omer Nishani (intellettuale non comunista): 1946-53; gen. Haxhi Lleshi (1953-1982). Capi di governo dopo Hoxha: Mehmet Shehu (1954-81), Adil Çarçani (1981-1991), Fatos Nano (1991), Ylli Bufi (1991), Vilson Ahmeti (1991-92), Aleksander Meksi (1992-...).Torna
(3) La lista si apre con Gjergj Kastrioti Skënderbeu (Scanderbeg), già principe, generale e governatore ottomano di sangiaccato, e poi alfiere dell’indipendenza albanese (1443-68), riconosciutagli nel 1461 dal sultano Maometto II, che lo intitolò Principe d’Albania e di Epiro.
Gran Visir della Porta: Sinàn Paša il Grande (1560-1596); famiglia Köprülü: Mehmed Paša (1657-61), Zàdeh Fàdil Ahmed Paša (1661-76), Qara Mustafà (1676-89), Zàdeh Mustafà Paša (1689-91). Capo di Stato Maggiore: Nu‘màn Paša (inizi XVIII sec.). Mohammed ‘Alì - dal 1805 governatore, e dal ’14 Paša d’Egitto -, suo figlio Ismà‘ìl (khedive dal 1862), e la discendenza, che governò il Paese egiziano per tutto il XX secolo. Lo stesso Kemal Atatürk era di origine albanese.Torna
(4) Nel corso dei lavori del XXII Congresso del PCUS (Mosca, 17-27 ottobre 1961), quando Chrušcëv bollò l’opposizione ideologica del PLA con termini che non avevano precedenti nella storia del movimento comunista internazionale, ben 43 delegazioni straniere su 79 non presero posizioni avverse al partito albanese. Zhou Enlai, che capeggiava la delegazione cinese criticò l’attacco aperto contro il PLA ma solo per quello che riguardava il metodo seguito da Chrušcëv, manifestante al campo occidentale i dissensi tra i partiti - ma non disse nemmeno una parola in difesa della linea adottata dagli Albanesi («Keesing’s», XIII [1961-1962], p. 18479). In quello stesso anno cominciò a svilupparsi una sorta di quinta Internazionale, tuttora attiva, di ispirazione albanese e - si badi - non filocinese. Le applicazioni del diritto internazionale da parte dei diplomatici albanesi, sulla riforma dell’ONU, sul consensus, e sulle procedure per l’ammissione della Repubblica Popolare della Cina, hanno suscitato l’ammirazione di studiosi, quali il prof. Benedetto Conforti, Le Nazioni Unite, Padova, 1986, p. 97; il prof. Jean Charpentier, La procédure de non objection (A propos d’une crise constitutionelle de l’O.N.U.), in «Revue Générale de Droit International Public», LXX(1966), pp. 862-77; et alii.Torna
(5) Da G. Armillotta, Relazione introduttiva al convegno internazionale “Gli Albanesi tra i Balcani e l’Occidente. Storia e prospettive di una minoranza in Europa” (Lungro, 23 aprile 1991), organizzato dal Centro di Studi Storici Umanistici e Sociali per la Calabria diretto da Costantino Marco (appunti).Torna
(6) R. Alia, Rapporto al IX Congresso del Partito del Lavoro d’Albania, Tirana, 1986, pp. 199-200, ed. it.Torna
(7) «Zëri i Popullit», 29 novembre 1987.Torna
(8) «Keesing’s», I(1931-1934), pp. 71, 86, 1008.Torna
(9) Sulla questione kosovara v.: G. Armillotta, Kosova: alla ricerca di una patria. Tra epopea ed ingiustizia, il martirio di un popolo eroico, ne «L’altra Europa», II(1990), N. 5(7), pp. 21-4 (presente in questo sito); Marco Dogo, Kosovo. Albanesi e Serbi: le radici del conflitto, Lungro (CS), 1992. Sulle relazioni albano-jugoslave dal 1946 al ’48, v. G. Armillotta, Relazione introduttiva..., cit. Sugli Albanesi d'Italia: Alain Ducellier, Les Albanais en Italie céntrale à la fin du Moyen Age: de l'émigration à l'integration, ne «L'Ethnographie», LXXXV (1989), n. 2, pp. 75-85; Costantino Marco, La questione arbreshe, Cosenza, 1988.Torna
(10) Nel dicembre 1994 ribattezzata Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.Torna
(11) «Zëri i Popullit», agosto-dicembre 1990.Torna
(12) «Un commento di Radio Mosca dedicato al nostro Paese così dice: “Il Ministro degli Esteri dell’URSS [Eduard Ševardnadze] ha ricordato le relazioni dell’Unione Sovietica con l’Albania. Egli ha sottolineato che la rottura delle relazioni URSS-Albania poteve essere evitata e che l’URSS non intende ignorare le proprie responsabilità per tutto ciò che è successo”. In seguito Radio Mosca, proseguendo il commento ha affermato che queste dichiarazioni del Ministro degli Esteri dell’URSS rivestono un’importanza di principio e che esse troveranno comprensione a Tirana. Per la prima un così alto responsabile sovietico ha riconosciuto le colpe dell’URSS su queste questioni» (Nota dell’Agenzia Telegrafica Albanese-ATSh, riportata in «Realtà Albanese», II [1990], Giugno, p. 17).
L’Albania stabilì le condizioni per la ripresa dei rapporti albano-sovietici nella Lettera del Governo della RP d’Albania indirizzata ai partecipanti alla riunione del Patto di Varsavia tenutasi il 19 gennaio 1965 («Zëri i Popullit», 2 febbraio 1965): «Il governo dell’URSS si è spinto al punto di rompere brutalmente le relazioni diplomatiche con la RP d’Albania, giungendo così al culmine della attività ostile nei suoi confronti. Il governo dell’URSS deve riparare immediatamente e con coraggio questo errore fatale. Se non lo fa, vuol dire che esso continua a mantenersi su posizioni minacciose nei confronti della RP d’Albania, a perseguire obiettivi sovversivi contro la RP d’Albania, e la dirigenza albanese» (trad. di G.A.).
Scriveva Enver Hoxha vent’anni fa: «Noi li abbiamo attaccati e continueremo ad attaccarli finché non saranno scomparsi dalla faccia della terra [...]. Verrà il giorno in cui il popolo sovietico condannerà duramente i kruscioviani e circonderà nuovamente di rispetto e di amore il popolo albanese e il Partito del Lavoro d’Albania» (E.H., I kruscioviani, Tirana, 1984, 2ª ed. it., p. 500).
Trascorso poco meno di un anno e mezzo dal riallacciamento delle relazioni, l’URSS cessava di esistere (26 dicembre 1991), e 99 giorni dopo Ramiz Alia, l’ultimo leader, rassegnava le dimissioni (3 aprile 1992), ponendo fine a 48 anni di potere comunista in Albania. Il tramonto di un’epoca si consumava in una piccola capitale dei Balcani.Torna
(13) «Zëri i Popullit», «Bashkimi», 4 e 10 giugno 1989.Torna
(14) Il 21 agosto 1946, Enver Hoxha tenne un discorso alla Conferenza di pace di Parigi («Bashkimi», 22 agosto 1946).Torna
(15) Il 22 ottobre 1946 due cacciatorpediniere britannici, Volage e Saumares, urtarono alcune mine, mentre stavano attraversando le acque internazionali nel Canale di Corfù: l’incidente provocò 44 morti. La CIG escluse il fatto che le mine fossero state collocate dagli Albanesi, ma decise il 9 aprile 1949 di dichiarare l’Albania colpevole «per esserne stata al corrente e di non aver notificato la loro presenza»; ed il 15 dicembre sentenziò un risarcimento dei danni pari a 843.947 sterline che il governo albanese doveva versare a quello di Londra (Cour Internationale de Justice, Affaire du détroit de Corfou, La Haye, 1949-1950, voll. I-VI).Torna
(16) La condizione britannica per ritornare l’oro agli Albanesi, soltanto dopo che questi avessero corrisposto al Regno Unito la somma stabilita dalla CIG, è venuta meno dopo ben 43 anni. Negli anni Cinquanta la CIG nominò un arbitro nella persona del professore svizzero Sauser-Hall, il quale stabilì il 20 febbraio 1953 che la restituzione dell’oro non fosse affatto pregiudiziale al pagamento dell’ammenda.
In seguito, al reclamo della Gran Bretagna la CIG, il 15 giugno 1954, decise unanimemente che, in mancanza del consenso albanese, essa non fosse competente nella questione. Cosicchè i termini dell’attuale accordo rappresentano un successo della diplomazia albanese che, come primo passo ottiene l’oro, e successivamente adempie l’obbligazione (Edmund Jan Osmañczyk, The Encyclopedia of the United Nations and International Agreements, Philadelphia-London, 1985, Albanian Gold, p. 21; «Keesing’s», XXXVIII [1992], p. 38920).Torna
(17) Il 16 febbraio 1995 Berisha ha espresso profonda soddisfazione per l’apertura dell’Università Albanese di Tetovo, non riconosciuta dalle autorità macedoni.Torna
(18) G. Armillotta, Relazione introduttiva..., cit.Torna
(19) Dopo la riunione del Consiglio NATO a Bruxelles (15 maggio 1973), il ministero degli esteri albanese entrò in possesso del seguente documento: «Considerando la posizione e la situazione dell’Albania, i membri della NATO sono giunti alla conclusione che in Albania la situazione è stabile, che persiste l’unità e che dei progressi sono stati realizzati in campo economico. L’Albania occupa un’importante posizione geografica nel Mediterraneo e la sua politica in questo bacino è a noi favorevole. Essa si oppone a noi, ma agisce allo stesso modo contro i sovietici. Da qui il nostro compito di non molestare l’Albania né inasprire i rapporti con essa, anzi dobbiamo adoperarci per migliorarli. Gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna devono cercare di allacciare relazioni diplomatiche con l’Albania, senza però stringere i tempi né affrettarsi troppo in tal senso» (Archivio del Ministero degli Esteri albanese - Filza: Organizata e Traktatit të Atlantikut Verior, 1973; trad. di G.A.).Torna

 
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