Ramiz Alia: la svolta, 1986-1992
Notoriamente i capi di partito, Stato e governo dei Paesi
del Patto di Varsavia, non brillavano per originalità propria: le
decisioni di Mosca risultavano determinanti e non v’era bisogno di qualche
particolare iniziativa; la loro (ad eccezione di Nicolae Ceausescu) era
soltanto una funzione coreografico-istituzionale da esaurire in sede ONU
oppure nelle parate commemorative.
Enver Hoxha (1)
e Ramiz Alia (2), erano
esattamente agli antipodi, in una linea immaginaria che - senza soluzione
di continuità - li congiunge ai grandi statisti albanesi, artefici
dal XVI secolo delle potenze levantine (3).
Mentre Hoxha sviluppò una linea di opposizione
ai blocchi con accentuato rigore e calcolata flessibilità - atteggiamento
che, col tempo, attribuì all’Albania notevole valenza politico-diplomatica (4)
in una situazione di difficoltà strategica ed economica -, Alia
mediò l’eredità della reale autonomia quarantennale (5)
attraverso un cauto avvicinamento all’Ovest.
Il pragmatismo del presidente non si lasciò sfuggire
la tribuna del IX Congresso del Partito del Lavoro. Egli dichiarò
(3 novembre 1986): «Il rispetto dell’ordinamento sociale interno
e dello statuto internazionale, liberamente scelti dai vari Stati e dalle
varie nazioni, è una questione che non può essere messa in
discussione. Per i Paesi aventi sistemi sociali differenti, la coesistenza
pacifica è l’unica alternativa. Così come non può
essere esportata la rivoluzione, nello stesso modo non può essere
esportata la controrivoluzione» (6).
Questa affermazione abbandonava per sempre i timori di
condizionamenti socio-politici derivanti da sostanziali aperture ad Occidente.
Del resto la posizione di Alia era ancora ben salda, ed il cumulo delle
tre cariche di capo di partito, Stato ed esercito, offriva garanzie per
un salto di qualità definitivo nelle relazioni internazionali.
Infatti, uno dei primi successi di Alia fu l’abrogazione
da parte greca (28 agosto 1987) dello stato di guerra con l’Albania
(in vigore dal 1940), che gli esecutivi di Atene si ostinavano a perpetuare
anche dopo la ripresa delle relazioni, avvenuta nel 1971. Contemporaneamente
si formalizzarono i contatti con Spagna (1986), Canada, Germania Federale
e Uruguay (1987).
Mentre la credibilità occidentale stava assumendo
contorni più concreti, Ramiz Alia - in occasione del LXXV anniversario
dell’indipendenza - aggiunse: «Non esitiamo a cooperare con gli altri
Paesi, e non temiamo i loro potere e ricchezza. Anzi, auspichiamo tale
cooperazione in quanto la consideriamo un fattore determinante che contribuirà
al nostro sviluppo interno» (7).
Sulla scia dei risultati conseguiti, l’Albania prese
parte alla riunione dei ministri degli Esteri dei sei Stati balcanici,
tenutasi a Belgrado dal 24 al 26 febbraio 1988: il primo incontro fra le
diverse realtà politiche ed ideologiche della Penisola, dalle quattro
conferenze dei primi anni Trenta (8)
(inoltre segnò il rientro del Paese su piano inter-europeo, dopo
il summit del COMECON, convocato a Tirana dal 13 al 16 maggio 1956).
La conferenza produsse un miglioramento nelle relazioni
con la Jugoslavia sul problema della Kosova (9).
In apparenza, Alia si rese conto che il proprio Paese non avesse nulla
da guadagnare nella disputa, e nei discorsi cessò di menzionare
le istanze kosovare per lo status di repubblica all’interno della
Federazione.
Lo conferma la dichiarazione del ministro degli Esteri
albanese Reis Malile alla conferenza, come lo status della Kosova
fosse un affare interno della Jugoslavia. Ma quando nel febbraio e marzo
1989 Belgrado inviò reparti dell’esercito e della milizia, imponendo
speciali misure di sicurezza nella provincia albanofona, si crearono nuovi
motivi di tensione fra i due Paesi, che perdurano tuttora.
Determinante la visita del Segretario Generale dell’ONU,
Javier Pérez de Cuéllar, a Tirana (11-13 maggio 1990) su
invito di Alia. I risultati non si fecero attendere. Il 6 giugno 1990 il
governo albanese annunciò che avrebbe chiesto l’adesione alla Conferenza
sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (10)
e firmato l’Atto Finale di Helsinki del 1975; una sua delegazione, con
lo status di osservatore, era presente alla Sessione della CSCE
sui diritti umani (Copenaghen, 5-29 giugno 1990).
I sei capi delle diplomazie balcaniche si riunirono nuovamente
a Tirana, dal 24 al 25 ottobre dello stesso anno - mentre l’Albania divenne
membro a tutti gli effetti della CSCE il 19 giugno 1991. Già nel
1990 la diplomazia albanese aveva espresso il proprio biasimo per l’invasione
kuwaitiana (11).
Un’altra testimonianza delle capacità diplomatiche
del presidente albanese, fu la ripresa dei rapporti con l’URSS (30 luglio
1990), sulla base del riconoscimento da parte sovietica delle responsabilità
per la rottura del 1961 (12);
ed uno sviluppo nei rapporti con la Cina (visite reciproche del marzo 1989-agosto
1990; nonostante l’Albania fosse l’unico Stato socialista a condannare
la strage di Piazza della Pace Celeste, 3-4 giugno 1989 [13]).
Il viaggio di Ramiz Alia a New York per prender parte
alla XLV sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU (apertasi il 18 settembre
1990), rappresentò il ritorno di uno statista albanese ad un consesso
svoltosi in Occidente (14).
Nel discorso, il presidente sottolineò gli sforzi del Paese tesi
ad imboccare una politica estera di totale apertura, scevra da ogni sorta
di preclusione. L’anno dopo fu la volta di Città del Vaticano, Comunità
Europea, Repubblica di Corea (sud), Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti
(entrambe le relazioni interrotte nel 1946), a riconoscere a pieno titolo
il nuovo corso della politica estera di Tirana.
Sali Berisha: la collocazione ad Occidente, 1992-1995
L’insediamento del giovane presidente, il medico Sali
Berisha (nato nel 1945, e capo di Stato dal 3 aprile 1992), fu salutato
poco dopo dalla risoluzione di una fra le più spinose questioni
giuridico-politiche, rimasta in sospeso dall’immediato dopoguerra: l’incidente
di Corfù (15)
ed il relativo blocco dell’oro albanese da parte delle autorità
britanniche, che lo avevano confiscato ai Tedeschi durante la seconda guerra
mondiale.
L’8 maggio il Foreign and Commonwealth Office
comunicò la piena disponibilità dell’esecutivo di Tirana
ad onorare il risarcimento stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia
dell’Aja (giunto a 1.100.000 sterline), previa la restituzione agli Albanesi
dei 1.574 chili del prezioso metallo pari ad un valore di 10 milioni di
sterline. L’accordo era stato raggiunto nel corso dei colloqui di Roma,
già avviati durante la presidenza Alia (16).
Un altro problema era rappresentato dai rapporti con
la Grecia, per il contenzioso sulla minoranza ellenica in Albania. Nel
1993 le autorità di Atene espulsero alcune centinaia di immigrati
albanesi, in seguito a presunti maltrattamenti subiti dalla minoranza.
I rapporti si aggravarono nel corso dell’aprile 1994 per un incidente di
frontiera (uccisi due soldati albanesi), a cui seguì il reciproco
allontanamento di diplomatici e la minaccia greca di misure drastiche.
Nel frattempo iniziò il processo per alto tradimento
nei confronti di alcuni membri del partito grecofono Omonia. Per
ritorsione il governo ellenico pose il veto alla concessione di fondi all’Albania
da parte della CEE (70 milioni di ECU), ponendo il blocco all’immigrazione.
All’indomani del verdetto che condannò cinque
grecofoni dai sei agli otto anni (ma per spionaggio a favore del governo
greco e possesso illegale di armi, e non più per tradimento), le
due diplomazie richiamarono gli ambasciatori (settembre), e i Greci chiusero
il confine di Kakavia. Successivamente a uno dei condannati fu concessa
l’amnistia (dicembre), mentre Atene aveva già ritirato il veto per
i fondi. Nel febbraio 1995 gli altri quattro furono rilasciati, con la
sospensione della sentenza.
All’attitudine conciliatoria nel risolvere l’affare greco,
ha fatto da contraltare la fermezza con la quale Berisha ha affrontato
gli ulteriori problemi interbalcanici. Dall’insistenza per l’invio di una
forza ONU per il mantenimento della pace nella Kosova; all’opposizione
per l’entrata della Ex Repubblica Jugoslava della Macedonia nella CSCE,
finché non venissero offerte garanzie per la minoranza albanese
(pari al 21% della popolazione macedone): ad oggi i contrasti non sono
risolti (17). Al contrario
le relazioni con Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Romania (l’Albania
fu uno dei primi Stati a riconoscere il Fronte di Salvezza Nazionale che
abbattè Ceausescu) (18),
Slovenia e Turchia si mantengono ottime.
Nel consolidamento degli impegni già assunti da
Alia, il presidente Berisha ha compiuto un viaggio nel Continente (maggio
1992), rivolgendo a Strasburgo un discorso al Parlamento Europeo, e incontrandosi
a Bruxelles con i ministri finanziari ed economici dei Paesi industrializzati.
Nel giugno l’Albania ha stabilito con altri dieci Stati il Black Sea
Economic Co-operation Group; e a dicembre è stata accolta nell’Organizzazione
della Conferenza Islamica. Al termine di un viaggio in Occidente (Stati
Uniti, Italia e Vaticano), il presidente albanese, in visita alla sede
NATO di Bruxelles, ha chiesto di entrare nel Patto Atlantico (12 ottobre
1995): il primo Stato ex membro del Patto di Varsavia ad intraprendere
tal passo. La diplomazia albanese non è nuova a gesti clamorosi,
anche se dall’aprile 1994 Tirana già fa parte del programma di cooperazione
militare NATO, Partnership for Peace.
La rapidità con cui Berisha sta ottenendo risultati,
è probabilmente il logico effetto della prudenza con cui Alia ha
dovuto affrontare un radicale ribaltamento strategico dello scenario orientale.
Contrariamente altri ex Stati socialisti - dove i precedenti
leader sono stati rovesciati da sommosse o sostituiti da apparati
successori (sia pure con variate etichette) - l’Albania si ritiene
sia il solo Paese dell’Est che possa condurre una politica estera mirata
a un forte impulso di espansione economica e industriale, al contempo lasciando
inalterata la vena nazional-irredentistica. Si potrebbe pensare che l’opzione
NATO (19) - in un momento
in cui l’area balcanica attraversa profonde contraddizioni - sia un segnale
di come pure le minoranze albanesi della zona auspichino una sicura tutela.
Attualmente l’Albania intrattiene relazioni diplomatiche
con 144 Stati.
Note
(1) Enver Hoxha (1908-1985), fu il terz’ultimo
leader sopravvissuto dalla seconda guerra mondiale (prima della
scomparsa di Hirohito nel 1989 e Kim Il Sung nel ’95). Direttore del Comitato
Centrale del Partito Comunista d’Albania (dal 22 novembre 1948, Partito
del Lavoro; dal 12 giugno 1991, Partito Socialista): 1941-43; segretario
generale: 1943-54; primo segretario: 1954-85. Presidente del Consiglio
Antifascista di Liberazione Nazionale (governo provvisorio riconosciuto
nel 1945 da Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, URSS, Jugoslavia, Bulgaria
e Ungheria): 24.V.1944-11.I.1946; presidente del Consiglio dei Ministri:
1946-54. Comandante in capo dell’Esercito di Liberazione Nazionale: 1943-54
(col grado di generale di Corpo d’Armata), 1976-85. Hoxha - come afferma
il candidato al Nobel, Ismail Kadare («L’Espresso»,
N. 7/1991, p. 91) - era il solo capo comunista dell’Est ad essere dotato
di una raffinatissima cultura occidentale.
Dopo aver studiato a Parigi e Bruxelles, ritornò in patria dove
fondò il PCA (1941), e successivamente resse l’Albania con metodi
intransigenti. Le sue opere lo collocano nella schiera dei massimi ideologi
e rivoluzionarî marxisti. È stato l’unico leader ad
opporsi contro ogni forma di imperialismo.
Nonostante i contrasti sulla linea politica (in corso già dall’aprile
1962), il presidente Mao Zedong inviò il seguente telegramma d’augurî
in occasione del sessantesimo compleanno di Hoxha: «Voi siete il
fondatore del glorioso Partito del Lavoro d’Albania, l’eminente guida del
fiero popolo albanese. Il Vostro illustre esempio ha dimostrato che siete
realmente degno di essere chiamato un grande, eroico combattente marxista-leninista»
(«Zëri i Popullit», 16 ottobre 1968).Torna
(2) Nato nel 1925. Presidente del Praesidium
dell’Assemblea Popolare (carica che comportava anche le funzioni di capo
dello Stato): 1982-1991(-1992); primo segretario del PLA: 1985-1991. Gli
altri capi di Stato: Omer Nishani (intellettuale non comunista): 1946-53;
gen. Haxhi Lleshi (1953-1982). Capi di governo dopo Hoxha: Mehmet Shehu
(1954-81), Adil Çarçani (1981-1991), Fatos Nano (1991), Ylli
Bufi (1991), Vilson Ahmeti (1991-92), Aleksander Meksi (1992-...).Torna
(3) La lista si apre con Gjergj Kastrioti
Skënderbeu (Scanderbeg), già principe, generale e governatore
ottomano di sangiaccato, e poi alfiere dell’indipendenza albanese (1443-68),
riconosciutagli nel 1461 dal sultano Maometto II, che lo intitolò
Principe d’Albania e di Epiro.
Gran Visir della Porta: Sinàn Paša il Grande (1560-1596); famiglia
Köprülü: Mehmed Paša (1657-61), Zàdeh Fàdil
Ahmed Paša (1661-76), Qara Mustafà (1676-89), Zàdeh Mustafà
Paša (1689-91). Capo di Stato Maggiore: Nu‘màn Paša (inizi XVIII
sec.). Mohammed ‘Alì - dal 1805 governatore, e dal ’14 Paša d’Egitto
-, suo figlio Ismà‘ìl (khedive dal 1862), e la discendenza,
che governò il Paese egiziano per tutto il XX secolo. Lo stesso
Kemal Atatürk era di origine albanese.Torna
(4) Nel corso dei lavori del XXII Congresso
del PCUS (Mosca, 17-27 ottobre 1961), quando Chrušcëv bollò
l’opposizione ideologica del PLA con termini che non avevano precedenti
nella storia del movimento comunista internazionale, ben 43 delegazioni
straniere su 79 non presero posizioni avverse al partito albanese. Zhou
Enlai, che capeggiava la delegazione cinese criticò l’attacco aperto
contro il PLA ma solo per quello che riguardava il metodo seguito da Chrušcëv,
manifestante al campo occidentale i dissensi tra i partiti - ma non disse
nemmeno una parola in difesa della linea adottata dagli Albanesi («Keesing’s»,
XIII [1961-1962], p. 18479). In quello stesso anno cominciò a svilupparsi
una sorta di quinta Internazionale, tuttora attiva, di ispirazione
albanese e - si badi - non filocinese. Le applicazioni del diritto internazionale
da parte dei diplomatici albanesi, sulla riforma dell’ONU, sul consensus,
e sulle procedure per l’ammissione della Repubblica Popolare della Cina,
hanno suscitato l’ammirazione di studiosi, quali il prof. Benedetto Conforti,
Le Nazioni Unite, Padova, 1986, p. 97; il prof. Jean Charpentier,
La procédure de non objection (A propos d’une crise constitutionelle
de l’O.N.U.), in «Revue Générale de Droit International
Public», LXX(1966), pp. 862-77; et alii.Torna
(5) Da G. Armillotta, Relazione introduttiva
al convegno internazionale “Gli Albanesi tra i Balcani e l’Occidente. Storia
e prospettive di una minoranza in Europa” (Lungro, 23 aprile 1991),
organizzato dal Centro di Studi Storici Umanistici e Sociali per la Calabria
diretto da Costantino Marco (appunti).Torna
(6) R. Alia, Rapporto al IX Congresso del
Partito del Lavoro d’Albania, Tirana, 1986, pp. 199-200, ed. it.Torna
(7) «Zëri i Popullit»,
29 novembre 1987.Torna
(8) «Keesing’s», I(1931-1934),
pp. 71, 86, 1008.Torna
(9) Sulla questione kosovara v.: G. Armillotta,
Kosova: alla ricerca di una patria. Tra epopea ed ingiustizia, il martirio
di un popolo eroico, ne «L’altra Europa», II(1990),
N. 5(7), pp. 21-4 (presente in questo sito); Marco Dogo, Kosovo. Albanesi
e Serbi: le radici del conflitto, Lungro (CS), 1992. Sulle relazioni
albano-jugoslave dal 1946 al ’48, v. G. Armillotta, Relazione introduttiva...,
cit. Sugli Albanesi d'Italia: Alain Ducellier, Les Albanais en Italie
céntrale à la fin du Moyen Age: de l'émigration à
l'integration, ne «L'Ethnographie», LXXXV (1989),
n. 2, pp. 75-85; Costantino Marco, La questione arbreshe, Cosenza,
1988.Torna
(10) Nel dicembre 1994 ribattezzata Organizzazione
per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.Torna
(11) «Zëri i Popullit»,
agosto-dicembre 1990.Torna
(12) «Un commento di Radio Mosca dedicato
al nostro Paese così dice: “Il Ministro degli Esteri dell’URSS [Eduard
Ševardnadze] ha ricordato le relazioni dell’Unione Sovietica con l’Albania.
Egli ha sottolineato che la rottura delle relazioni URSS-Albania poteve
essere evitata e che l’URSS non intende ignorare le proprie responsabilità
per tutto ciò che è successo”. In seguito Radio Mosca, proseguendo
il commento ha affermato che queste dichiarazioni del Ministro degli Esteri
dell’URSS rivestono un’importanza di principio e che esse troveranno comprensione
a Tirana. Per la prima un così alto responsabile sovietico ha riconosciuto
le colpe dell’URSS su queste questioni» (Nota dell’Agenzia Telegrafica
Albanese-ATSh, riportata in «Realtà Albanese»,
II [1990], Giugno, p. 17).
L’Albania stabilì le condizioni per la ripresa dei rapporti
albano-sovietici nella Lettera del Governo della RP d’Albania indirizzata
ai partecipanti alla riunione del Patto di Varsavia tenutasi il 19 gennaio
1965 («Zëri i Popullit», 2 febbraio 1965):
«Il governo dell’URSS si è spinto al punto di rompere brutalmente
le relazioni diplomatiche con la RP d’Albania, giungendo così al
culmine della attività ostile nei suoi confronti. Il governo dell’URSS
deve riparare immediatamente e con coraggio questo errore fatale. Se non
lo fa, vuol dire che esso continua a mantenersi su posizioni minacciose
nei confronti della RP d’Albania, a perseguire obiettivi sovversivi contro
la RP d’Albania, e la dirigenza albanese» (trad. di G.A.).
Scriveva Enver Hoxha vent’anni fa: «Noi li abbiamo attaccati
e continueremo ad attaccarli finché non saranno scomparsi dalla
faccia della terra [...]. Verrà il giorno in cui il popolo sovietico
condannerà duramente i kruscioviani e circonderà nuovamente
di rispetto e di amore il popolo albanese e il Partito del Lavoro d’Albania»
(E.H., I kruscioviani, Tirana, 1984, 2ª ed. it., p. 500).
Trascorso poco meno di un anno e mezzo dal riallacciamento delle relazioni,
l’URSS cessava di esistere (26 dicembre 1991), e 99 giorni dopo Ramiz Alia,
l’ultimo leader, rassegnava le dimissioni (3 aprile 1992), ponendo
fine a 48 anni di potere comunista in Albania. Il tramonto di un’epoca
si consumava in una piccola capitale dei Balcani.Torna
(13) «Zëri i Popullit»,
«Bashkimi», 4 e 10 giugno 1989.Torna
(14) Il 21 agosto 1946, Enver Hoxha tenne
un discorso alla Conferenza di pace di Parigi («Bashkimi»,
22 agosto 1946).Torna
(15) Il 22 ottobre 1946 due cacciatorpediniere
britannici, Volage e Saumares, urtarono alcune mine, mentre
stavano attraversando le acque internazionali nel Canale di Corfù:
l’incidente provocò 44 morti. La CIG escluse il fatto che le mine
fossero state collocate dagli Albanesi, ma decise il 9 aprile 1949 di dichiarare
l’Albania colpevole «per esserne stata al corrente e di non aver
notificato la loro presenza»; ed il 15 dicembre sentenziò
un risarcimento dei danni pari a 843.947 sterline che il governo albanese
doveva versare a quello di Londra (Cour Internationale de Justice, Affaire
du détroit de Corfou, La Haye, 1949-1950, voll. I-VI).Torna
(16) La condizione britannica per ritornare
l’oro agli Albanesi, soltanto dopo che questi avessero corrisposto al Regno
Unito la somma stabilita dalla CIG, è venuta meno dopo ben 43 anni.
Negli anni Cinquanta la CIG nominò un arbitro nella persona del
professore svizzero Sauser-Hall, il quale stabilì il 20 febbraio
1953 che la restituzione dell’oro non fosse affatto pregiudiziale al pagamento
dell’ammenda.
In seguito, al reclamo della Gran Bretagna la CIG, il 15 giugno 1954,
decise unanimemente che, in mancanza del consenso albanese, essa non fosse
competente nella questione. Cosicchè i termini dell’attuale accordo
rappresentano un successo della diplomazia albanese che, come primo passo
ottiene l’oro, e successivamente adempie l’obbligazione (Edmund Jan Osmañczyk,
The Encyclopedia of the United Nations and International Agreements,
Philadelphia-London, 1985, Albanian Gold, p. 21; «Keesing’s»,
XXXVIII [1992], p. 38920).Torna
(17) Il 16 febbraio 1995 Berisha ha espresso
profonda soddisfazione per l’apertura dell’Università Albanese di
Tetovo, non riconosciuta dalle autorità macedoni.Torna
(18) G. Armillotta, Relazione introduttiva...,
cit.Torna
(19) Dopo la riunione del Consiglio NATO
a Bruxelles (15 maggio 1973), il ministero degli esteri albanese entrò
in possesso del seguente documento: «Considerando la posizione e
la situazione dell’Albania, i membri della NATO sono giunti alla conclusione
che in Albania la situazione è stabile, che persiste l’unità
e che dei progressi sono stati realizzati in campo economico. L’Albania
occupa un’importante posizione geografica nel Mediterraneo e la sua politica
in questo bacino è a noi favorevole. Essa si oppone a noi, ma agisce
allo stesso modo contro i sovietici. Da qui il nostro compito di non molestare
l’Albania né inasprire i rapporti con essa, anzi dobbiamo adoperarci
per migliorarli. Gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna devono cercare
di allacciare relazioni diplomatiche con l’Albania, senza però stringere
i tempi né affrettarsi troppo in tal senso» (Archivio del
Ministero degli Esteri albanese - Filza: Organizata e Traktatit
të Atlantikut Verior, 1973; trad. di G.A.).Torna