Bibl.: «L’Arno», Pisa, VI (1993), N. 4 (13 febbraio), p. 7
Il dibattito sulla riforma
del sistema elettorale investe da mesi una serie di progetti che essenzialmente
si dividono tra la conferma della proporzionale (circoscrizione plurinominale
rappresentativa) e la scelta della maggioritaria (collegio uninominale).
In genere il linguaggio adoperato
per spiegare i due sistemi al cittadino non-addetto-ai-lavori è molto
tecnico, spesso poco chiaro; qui si cercherà di mettere in evidenza –
prima con un caso limite e poi con i dati delle politiche ’92 – le notevoli
differenze fra i tipi di elezione; e, successivamente, i pro e i contro.
Poniamo il caso che l’Italia
sia divisa in mille collegi uninominali che eleggano un numero uguale (1000)
di deputati (attualmente i nostri parlamentari sono 945). Nei mille collegi,
immaginiamo per comodità, si presentino i candidati di tre liste: A,
B e C. Se i candidati della lista A in ogni collegio conquistano almeno UN SOLO
VOTO in più di B o C, risulteranno primi dappertutto, portando in Parlamento
mille deputati della lista A, contro zero di B e C. Nel caso, invece, si votasse
con la proporzionale, la lista A conquisterebbe 335 seggi, la B 333 e la C 332
(o viceversa) = 1000.
Nella prima ipotesi si avrebbe
una sola coalizione possibile di governo (la A), nella seconda ne avremmo ben
quattro (A+B+C, A+B, A+C, B+C). Stabilità in un caso, ricerca di maggioranze
nell’altro. Naturalmente è un esempio limite.
Nel nostro Paese il sistema
uninominale è adottato in maniera apparente per il Senato, diviso in
238 collegi che promuovono 315 candidati: infatti per essere eletto DIRETTAMENTE
senatore è necessario il 65% dei voti. In realtà dal 1948 al 1992
dei 3.240 senatori eletti, solo 42 sono riusciti ad ottenere la suddetta percentuale,
perciò si opta per il voto di lista “camuffato” (proporzionale). Per
dare un significato pratico alle diversità fra i due sistemi, basiamoci
sulle ultime elezioni per il Senato. Applicando l’uninominale secca, alla britannica,
nei 238 collegi (vince chi ha più voti), innanzitutto il numero dei senatori
scende da 315 a 238 (uno per collegio), con i seguenti clamorosi risultati:
Dc 182 seggi (76,5% del Senato), Pds 43 (18,1), Lega Lombarda 7 (2,9), Sud Tirolesi
3 (1,3), Psi 2 (0,8) e Lega Val d’Aosta 1 (0,4). Non sarebbero rappresentati
ben 12 fra partiti e movimenti: P. Rif. Com., Msi-Dn, Pri, Pli, Verdi, Psdi,
Rete, Per la Calabria, Lega Alpina, Lega Aut. Veneta, Lista Molise, Federalismo.
Le proposte esaminate si differenziano
anche rispetto alle scelte di valore che si prefiggono di tutelare: la rappresentatività
resta la preoccupazione principale delle proposte proporzionalistiche e miste;
la governabilità e l’efficacia decisionale del governo stanno invece
alla base delle proposte maggioritarie.
I promotori della maggioritaria
intravedono nell’eliminazione della proporzionale concrete possibilità
di: 1) alleviare il peso che la mediazione partitica esercita sulle scelte dei
cittadini, comprimendole e limitandole, e 2) ripristinare alcune delle migliori
caratteristiche del modello liberal-democratico di rappresentanza politica.
La priorità del ruolo
del candidato di fronte all’organizzazione di partito verrebbe a collegarsi
ai più stretti legami tra elettori ed eletto propri di un meccanismo
elettorale a base maggioritaria. Occorre ricordare che, mentre la proporzionale
tende a rafforzare il peso dei partiti – sia dentro che fuori il Parlamento
– e a trasformare i partiti in “organi dello Stato”, i sistemi maggioritari
premiano, all’interno come all’esterno dei partiti, il ruolo delle personalità
a spese di quello dell’organizzazione. La critica dei sostenitori della proporzionale
rileva che si finirebbe per premiare il particolarismo e col produrre un trasferimento
significativo di potere dai partiti ai gruppi di pressione. Gli eletti si vedrebbero
conferire mandati di contenuto localistico e tendenzialmente imperativo, mentre
le “lobby” sarebbero in grado di far eleggere direttamente propri candidati,
il che favorirebbe nuove forme di trasformismo.
Ma in verità la maggioritaria
accrescerebbe l’autonomia degli eletti nei confronti dei partiti e il prestigio
dei parlamentari rispetto agli uomini di corrente; inoltre il meccanismo maggioritario
avrebbe il pregio di spingere le forze minori a unirsi, e quindi porterebbe
in breve a governi efficienti e stabili, come quello di Londra.
Inoltre il sistema elettorale
attualmente in vigore non contiene alcun meccanismo di tipo aggregativo e contribuisce
alla moltiplicazione delle liste (ben 19 in Parlamento, superiore allo storico
primato di 16 della Costituente 1946). Un’eccessiva frammentazione delle forze
politiche rende meno agevole il lavoro del Parlamento, pregiudicando in vario
modo la stabilità e il rendimento dei governi – soprattutto attraverso
il conferimento di un potere di veto anche a frazioni insignificanti di classe
politica, insediando un clima da rissa e campagna elettorale permanente. Assieme
a queste potenzialità positive, l’uninominale comporta, pur come la proporzionale,
i rischi di un aggravamento dei problemi inerenti la selezione dei candidati
e, soprattutto, il finanziamento della vita politica. Per farvi fronte si renderebbero
necessari – visti i tempi che corrono – specifici interventi vòlti a
garantire trasparenza e adeguate possibilità di controllo, magari modellate
sull’esempio statunitense.
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